Val Bisagno, dallo Skymetro alla cabinovia: scelta razionale o salto nel buio?

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Val Bisagno, dallo Skymetro alla cabinovia: scelta razionale o salto nel buio?

Erica Martini e una collega in abiti professionali posano davanti a uno sfondo urbano-industriale, citazione politica sulla Val Bisagno e mobilità cittadina.

La mobilità della Val Bisagno è tornata al centro del dibattito cittadino.
E non per un passo avanti.

La decisione del sindaco Silvia Salis di interrompere il progetto dello Skymetro, nonostante la disponibilità di circa 400 milioni di euro già stanziati, apre interrogativi che non sono soltanto politici. Sono tecnici, finanziari, infrastrutturali. E riguardano il futuro concreto di una valle che da decenni vive in condizioni di congestione cronica.

Rinunciare a un finanziamento strutturato in una fase storica in cui le risorse infrastrutturali sono sempre più competitive e vincolate significa assumersi una responsabilità enorme. Non è affatto scontato che fondi di questa entità possano essere riallocati con le stesse condizioni e negli stessi tempi. Qui non stiamo discutendo di una semplice variante progettuale. Stiamo parlando del rischio concreto di perdere un’occasione generazionale.

Dallo Skymetro a uno studio da 104.000 euro

La scelta dell’amministrazione è stata quella di commissionare per 104.000 euro uno studio al Dipartimento di Architettura del Politecnico di Milano per valutare la realizzazione di una cabinovia urbana lungo un tracciato in larga parte sovrapponibile a quello previsto per lo Skymetro.

Una decisione che sposta il dibattito dal piano dell’opera finanziata a quello della sperimentazione teorica.

Ma una cabinovia urbana, per essere realmente competitiva rispetto a un sistema metro automatico sopraelevato, deve garantire una portata significativa: diverse migliaia di passeggeri all’ora per direzione. Se la capacità è inferiore, il sistema diventa costoso per passeggero trasportato, incapace di assorbire i picchi pendolari e sostanzialmente marginale rispetto alla domanda quotidiana della valle.

Il rischio è evidente: costruire un’infrastruttura che “passa sopra” al problema senza risolverlo.

I nodi tecnici e geotecnici

La Val Bisagno non è un contesto neutro. Il terreno è in larga parte alluvionale di riporto, con criticità geotecniche e idrauliche note. Una cabinovia richiede piloni strutturali con fondazioni profonde, consolidamenti significativi e verifiche idrauliche stringenti.

Se i piloni fossero collocati in alveo, a bordo torrente o su fondo stradale, ciascuna opzione comporterebbe complessità ambientali e strutturali non trascurabili.

E se il risultato finale fosse un sistema sopraelevato con piloni e tracciato simile allo Skymetro, ma con minore capacità e maggiore frammentazione del servizio, il paradosso sarebbe evidente: stessa invasività, stessa complessità costruttiva, ma meno servizio.

Non esattamente ciò che i cittadini si aspettano dopo anni di attesa.

Domanda reale contro soluzione simbolica

Lo Skymetro era concepito come sistema a guida vincolata ad alta capacità e frequenza, asse portante del trasporto pubblico della valle.

La cabinovia, in ambito urbano, viene solitamente utilizzata per superare dislivelli marcati o collegare aree con domanda medio-bassa ma continua. La Val Bisagno non presenta un problema altimetrico significativo. Il problema è longitudinale: saturazione viaria, flussi pendolari elevati, congestione quotidiana.

La domanda è semplice: stiamo scegliendo la soluzione più adatta o quella più “nuova”?

Una proposta già esistente

Esiste inoltre un precedente progettuale, risalente a circa quindici anni fa, che prevedeva l’allargamento della viabilità lungo il Bisagno con interventi meno invasivi e di costo inferiore, già valutati positivamente sotto il profilo tecnico-geologico e idraulico.

Un ampliamento stradale ben integrato con corsie riservate e priorità semaforica per il trasporto pubblico avrebbe potuto incrementare la capacità veicolare, migliorare la regolarità dei bus e ridurre l’impatto visivo rispetto a strutture sopraelevate.

È lecito chiedersi perché questa opzione non sia stata riattualizzata con serietà nel dibattito pubblico.

La vera posta in gioco

Quando un’amministrazione rinuncia a 400 milioni già disponibili per sostituirli con uno studio preliminare da 104.000 euro su un’opera alternativa ancora indefinita nei costi complessivi, nelle tempistiche e nella capacità effettiva, è inevitabile che emergano interrogativi.

La vera domanda non è quale soluzione sia “più moderna”.
La vera domanda è se vogliamo finalmente dare alla Val Bisagno un’infrastruttura robusta, finanziata e dimensionata sulla domanda reale, oppure limitarci all’ennesimo esercizio teorico.

La mobilità non può diventare un laboratorio di sperimentazione astratta.

La valle è ostaggio della congestione da decenni.
Non può permettersi di perdere un’altra occasione.

Perché perdere 400 milioni è grave.
Ma perdere un’altra generazione di tempo lo è ancora di più.