Genova tra slogan e realtà: la sicurezza non può essere uno strumento politico

A Genova si parla continuamente di sicurezza. È diventata il centro del dibattito pubblico, il terreno di scontro permanente tra maggioranza e opposizione. Ma più osservo quello che accade, più mi convinco che sotto i riflettori ci sia soprattutto narrazione, mentre nella vita quotidiana dei genovesi resta ancora troppo poco di concreto.
La sicurezza non è uno slogan. Non è un’etichetta ideologica. È la condizione minima per garantire libertà e qualità della vita. L’amministrazione comunale continua a leggere il tema della sicurezza quasi esclusivamente attraverso la lente dell’inclusione sociale, dei diritti e dell’immigrazione. È una visione legittima, ma parziale.
Perché mentre si costruisce questa narrazione, i cittadini vivono una quotidianità diversa: autobus sovraffollati, manutenzioni scolastiche rinviate, strade degradate, servizi ridotti all’essenziale. La percezione di insicurezza nasce anche da questo: dall’assenza di ordine, efficienza e presenza concreta.
Non si può parlare di sicurezza senza parlare di trasporti funzionanti, di quartieri curati, di servizi affidabili.
Il nodo delle responsabilità
Negli ultimi mesi la sindaca Salis ha più volte sollecitato l’intervento del Governo centrale per affrontare le difficoltà strutturali di AMT e sostenere il bilancio comunale. È un fatto pubblico che siano state aperte interlocuzioni con Roma per ottenere risorse aggiuntive.
Ma qui si apre un punto politico essenziale: la gestione del trasporto locale e la programmazione economica rientrano nelle competenze primarie del Comune. Chiamare in causa lo Stato non può diventare un alibi permanente.
Se il servizio non funziona, la responsabilità è locale. Se la programmazione è fragile, la responsabilità è locale. La sicurezza urbana non può essere affrontata solo attraverso richieste di fondi straordinari.
Infrastrutture ferme e opere incerte
Anche sul piano infrastrutturale emergono criticità. Progetti pianificati per migliorare mobilità e collegamenti risultano rallentati o fermi, con il rischio di lasciare incompiute opere strategiche e disperdere risorse.
Una città che non investe in collegamenti efficienti, in riqualificazione e in sviluppo urbano difficilmente può parlare di sicurezza come valore concreto.
Le “zone a vigilanza rafforzata”: misura o svolta?
In questo quadro si inserisce la proposta delle cosiddette “zone a vigilanza rafforzata”. Ma senza nuovi agenti, mezzi adeguati e una strategia strutturale, il rischio è che si tratti di una misura formale.
La sicurezza richiede organici sufficienti, presidio costante del territorio, coordinamento efficace – anche a livello nazionale – su immigrazione e rimpatri. Senza questi elementi, ogni impianto teorico sulla “sicurezza sociale” rischia di restare inefficace.
Non bastano i titoli. Servono numeri. Servono risultati verificabili.
Slogan o risultati?
Il nodo politico è proprio questo: mentre la città chiede ordine, efficienza e presenza concreta dello Stato, l’amministrazione appare più impegnata a costruire una narrazione coerente con un posizionamento politico che a misurarsi con l’impatto reale delle scelte.
Gli slogan su inclusione e diritti possono consolidare consenso. Ma non sostituiscono autobus puntuali, scuole sicure e quartieri presidiati.
La distanza tra racconto politico e realtà urbana rischia di allargarsi ogni giorno di più.
Un appello ai genovesi
Mi rivolgo ai cittadini di Genova con una richiesta semplice ma fondamentale: valutare i risultati concreti, pretendere risposte misurabili e non fermarsi alle dichiarazioni.
Ogni amministrazione nasce dal consenso, ma il consenso non è una delega in bianco. I genovesi hanno il diritto – e il dovere – di decidere quando la città deve cambiare passo.
La sicurezza non può essere uno strumento di visibilità. Deve tornare a essere ciò che è: la base della libertà quotidiana di ciascuno di noi.