Genova e la sicurezza “a costo zero”: quando la riorganizzazione diventa un gioco di prestigio

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Genova e la sicurezza “a costo zero”: quando la riorganizzazione diventa un gioco di prestigio

Quattro agenti della Polizia Locale in uniforme blu pattugliano una viuzza di Genova di notte, con graffiti sulle pareti e piante decorative laterali, riflettendo l’attenzione sulla sicurezza urbana.

A Genova il tema della sicurezza torna ciclicamente nel dibattito pubblico. Viene evocato con regolarità, spesso con enfasi, ma raramente accompagnato da una strategia strutturata e verificabile.

Le ultime dichiarazioni del sindaco Silvia Salis e gli annunci di riorganizzazione dei servizi di presidio urbano mi hanno colpito proprio per questo: grande esposizione mediatica, promessa di “nuove” risposte, ma pochi elementi concreti sul piano operativo.

Il punto non è negare la legittimità di intervenire sulla sicurezza. Il punto è chiedersi quale sia la sostanza di questi interventi.

Riorganizzare senza risorse non significa rafforzare

Annunciare rimodulazioni interne senza un incremento reale di organico, senza investimenti in mezzi, formazione e coordinamento non significa migliorare la sicurezza urbana. Significa spostare il problema.

Se mancano numeri e risorse, nessuna riorganizzazione può trasformarsi magicamente in un rafforzamento del presidio. È un po’ come presentare una “nuova” sicurezza urbana con la stessa coperta corta di sempre: si tira da una parte e si scopre l’altra.

La sicurezza è una funzione complessa. Richiede personale sufficiente, continuità sul territorio, strumenti adeguati, integrazione con le forze dell’ordine e una gerarchia chiara di priorità. Senza questi elementi, si rischia di scivolare in quello che definisco un vero e proprio gioco di prestigio amministrativo: si cambiano etichette, si spostano unità, si annunciano nuove figure, ma il quadro complessivo resta invariato.

Centro e periferie: la sicurezza non può essere una questione di codice postale

Genova non è solo il centro storico. Le periferie rappresentano una parte essenziale del tessuto urbano e sociale della città. Ed è proprio lì, dove il presidio è più fragile e la percezione di insicurezza più acuta, che si misura la credibilità di una politica pubblica.

Se in centro si annunciano piani di vigilanza e nelle periferie la presenza resta a singhiozzo, la sicurezza diventa una questione di codice postale, non di diritti di cittadinanza.

Troppo spesso i quartieri vengono evocati in campagna elettorale e poi progressivamente marginalizzati nell’azione concreta.

Schemi già visti, risorse ridotte

Va ricordato che modelli di presidio territoriale erano già stati sperimentati in passato. Riproporli oggi senza rafforzarli con risorse aggiuntive significa depotenziarli.

Stiamo assistendo alla riedizione di schemi già noti, ma con meno personale e maggiori criticità. È difficile parlare di “nuovo corso” quando l’unica vera novità sembra essere la conferenza stampa.

La sicurezza non si presta a operazioni cosmetiche. È un capitolo di bilancio, un piano organizzativo, un investimento pluriennale. Se non si mettono in campo numeri adeguati e mezzi concreti, il rischio è quello di costruire una narrazione rassicurante senza incidere sulle cause strutturali dei problemi.

Genova non è un set per conferenze stampa

Genova non ha bisogno di essere rassicurata a parole. Ha bisogno di essere governata.

I cittadini comprendono perfettamente quando le soluzioni sono autentiche e quando, invece, vengono evocati problemi reali per finalità che hanno poco a che vedere con l’interesse collettivo.

Per questo credo che il tema della sicurezza debba tornare su un terreno concreto e verificabile: organici, tempi di intervento, presenza nelle periferie, manutenzione degli spazi pubblici, coordinamento con lo Stato centrale.

La parola “sicurezza” non può essere uno strumento di immagine. Deve tradursi in scelte amministrative chiare, trasparenti e misurabili, giorno per giorno, strada per strada.

Genova non è un set.
È una città reale. E merita risposte reali.