Funivia in Val Bisagno: non si governa una valle con le slide

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Funivia in Val Bisagno: non si governa una valle con le slide

Locandina sulla Funivia in Val Bisagno: confronto sul progetto, studio del Politecnico di Milano tra Brignole e Molassana, con colori verde e rosso.

Nella Commissione del 14 maggio sulla mobilità della Val Bisagno si è parlato ancora dello studio del Politecnico di Milano e dell’ipotesi di funivia urbana tra Brignole e Molassana.

Bene gli studi. Bene i dati. Bene il confronto tecnico.

Ma resta una domanda politica molto semplice: il confronto è davvero aperto, oppure la decisione è già stata presa e adesso si sta solo cercando il modo più elegante per accompagnarla a terra?

Perché quando una soluzione viene presentata come sostenibile, finanziabile, realizzabile in tempi certi e tecnicamente preferibile, è legittimo chiedersi se siamo davanti a un percorso partecipato o alla fase successiva: quella in cui ai cittadini non si chiede di scegliere, ma di abituarsi all’idea.

La Val Bisagno non è un rendering

La Val Bisagno non è una linea disegnata su una slide. Non è una simulazione, non è un tracciato astratto, non è una valle da attraversare dall’alto perché da terra sembra troppo complicata.

È un pezzo vivo di Genova.

Ci sono persone che ogni mattina aspettano un autobus, accompagnano i figli a scuola, entrano e escono dal lavoro, attraversano quartieri congestionati, fanno i conti con tempi di percorrenza spesso indecenti e con un sistema di mobilità che da anni promette soluzioni definitive e produce discussioni infinite.

La mobilità, qui, non è un tema tecnico per addetti ai lavori. È tempo sottratto alla vita. È qualità dei servizi. È diritto a spostarsi senza essere costretti ogni giorno a scegliere tra disagio, ritardo e rassegnazione.

Per questo il problema non può essere ridotto alla domanda: meglio Skymetro, tram, BRT o funivia?

La vera domanda viene prima: chi decide, con quale metodo, ascoltando chi e valutando davvero quali alternative?

Quando il confronto arriva dopo, non è partecipazione

La sindaca Salis ha dichiarato che nessuna decisione sarebbe stata presa prima del confronto con Consiglio comunale e territorio. È una frase importante, perché sulla carta riconosce un principio corretto: la Val Bisagno non può essere spettatrice di una scelta calata dall’alto.

Eppure, la sensazione politica che emerge è diversa.

Lo studio del Politecnico di Milano suggerisce la funivia urbana come soluzione efficace, equilibrata e proporzionata. Il Comune ha già raccontato l’opera come meno costosa rispetto ad altre ipotesi, più rapida da realizzare, integrata con il trasporto pubblico esistente, capace di ridurre l’impatto infrastrutturale e di offrire anche occasioni di riqualificazione urbana.

Tutto molto ordinato. Forse troppo ordinato.

Perché se la funivia viene presentata già come la risposta più sostenibile, più finanziabile, più veloce e più moderna, il cittadino può anche partecipare, certo. Ma rischia di partecipare al commento di una decisione già orientata.

E il commento non è partecipazione. È arredamento democratico.

La Val Bisagno ha già visto abbastanza progetti raccontati come inevitabili. Prima lo Skymetro, oggi la funivia. Cambia il mezzo, resta il dubbio sul metodo.

I dubbi dei cittadini non sono fastidi da gestire

Nel mio intervento ho voluto portare dentro la Commissione la voce dei comitati e dei cittadini con cui collaboro attivamente.

Non perché siano “contro” qualcosa per partito preso. Questa è una caricatura comoda, ma non regge.

I cittadini pongono domande concrete: quanto costa davvero l’opera? Quale sarà l’impatto dei piloni sui quartieri? Che cosa succede in caso di vento forte? I tempi di percorrenza calcolati tengono conto del tragitto reale da casa alla fermata e dalla fermata alla destinazione? L’integrazione con il trasporto pubblico esistente sarà davvero utile o aggiungerà rotture di carico? La funivia servirà davvero a chi vive la valle ogni giorno o sarà soprattutto un’opera capace di fare bella figura nelle presentazioni?

Sono domande normali. Anzi, sono le domande giuste.

Una politica seria non le liquida come resistenza al nuovo. Le prende, le apre, le mette sul tavolo e risponde con atti, numeri, simulazioni, alternative e responsabilità.

Perché qui non si tratta di avere nostalgia del traffico, dell’autobus pieno o del “si è sempre fatto così”. Si tratta di capire se l’opera proposta risolve davvero il problema oppure se lo racconta meglio.

Massimo rispetto per Milano, ma Genova non è un deserto tecnico

C’è poi un punto che ho ribadito con chiarezza.

Per studiare Genova siamo andati al Politecnico di Milano. Massimo rispetto per un’istituzione di assoluto valore. Nessuno sta facendo una gara tra atenei, né una piccola partita di campanile accademico.

Ma Genova non è un deserto tecnico.

Il nostro territorio ha competenze accademiche, professionali, urbanistiche e ingegneristiche di altissimo livello. Persone che conoscono la Val Bisagno non solo su una mappa, ma nella sua storia urbana, idraulica, viabilistica e sociale.

Le riflessioni dell’ingegner Pietro Misurale lo dimostrano: esistono letture alternative, ipotesi da verificare, proposte che non possono essere archiviate soltanto perché disturbano una narrazione già pronta.

La stampa locale ha riportato le sue valutazioni sull’ipotesi di recuperare spazi a terra e rendere valutabile un diverso assetto della mobilità, anche in relazione alla possibilità del tram. Non significa dire che quella sia automaticamente la soluzione. Significa, molto più semplicemente, che le alternative esistono e vanno studiate seriamente.

La politica dovrebbe fare questo: non innamorarsi della prima soluzione che suona innovativa, ma verificare quale sia davvero utile, sostenibile, accessibile e proporzionata.

Prima della “percezione del volo”, ascoltiamo la vita a terra

Mi ha colpito molto il racconto della funivia come esperienza nuova, moderna, quasi capace di cambiare la percezione della valle.

Va bene. Le città devono anche saper immaginare.

Però prima della percezione del volo bisognerebbe ascoltare la vita a terra.

A terra ci sono fermate, coincidenze, marciapiedi, scuole, anziani, famiglie, lavoratori, studenti, attività commerciali, quartieri che non vogliono essere attraversati da un’infrastruttura senza aver potuto discutere davvero.

A terra ci sono i tempi reali, non solo quelli del mezzo in movimento.

A terra c’è la differenza tra una mobilità disegnata bene e una mobilità che funziona davvero.

La Val Bisagno non chiede effetti speciali. Chiede trasporti seri, accessibili, integrati, utili. Chiede un sistema che non si limiti a spostare il problema da una corsia a una cabina.

Il punto non è solo la funivia. È il metodo

Non basta sostituire lo Skymetro con la funivia e chiamare tutto “nuova visione”.

Quando cambiano i progetti ma restano gli stessi problemi, forse il tema non è soltanto il mezzo scelto. È il modo in cui si decide.

Se il confronto con il territorio arriva quando l’indirizzo politico è già sostanzialmente scritto, allora il percorso nasce debole. E un’opera debole nel consenso rischia di diventare fragile anche nella realizzazione.

La partecipazione non serve a mettere un timbro gentile su una decisione già preparata. Serve a migliorare le decisioni, a far emergere criticità, a evitare errori, a costruire fiducia.

E la fiducia, in Val Bisagno, non si costruisce con una presentazione ben confezionata. Si costruisce rispondendo alle domande scomode.

La mia posizione

La mia posizione è chiara.

La Val Bisagno ha bisogno di una soluzione seria per la mobilità. Non dell’ennesima guerra di religione tra opere pubbliche. Non di slogan. Non di tifoserie infrastrutturali.

Servono atti chiari, numeri verificabili, confronto vero, coinvolgimento reale dei cittadini, attenzione alle competenze locali e valutazione completa delle alternative.

Non sono contraria agli studi. Al contrario: proprio perché gli studi contano, devono essere discussi fino in fondo. Non usati come scudo per chiudere il dibattito.

Continuerò a stare dalla parte di chi chiede risposte, non rassicurazioni. Dalla parte dei comitati, dei residenti, dei quartieri e di chi pensa che la politica debba ascoltare prima di decidere, non spiegare dopo.

La domanda resta una sola, ed è molto più concreta di qualunque rendering: la Val Bisagno sarà protagonista della scelta o spettatrice di una decisione presa altrove?