Genova non è un palcoscenico politico

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Genova non è un palcoscenico politico

Tra governare una città e sfruttarla come palcoscenico politico esiste una differenza netta.
Negli ultimi giorni, osservando le dichiarazioni del sindaco Salis sulla presenza della sede di CasaPound a Genova, quella differenza mi è apparsa sempre più sfumata.

La sede viene definita “inaccettabile”, “provocatoria”, incompatibile con la storia della città e con la vicinanza a Piazza Alimonda. Sono parole pesanti, calibrate, parole che costruiscono una scena pubblica.

Ma poi ci sono i fatti.
Il contratto d’affitto è regolare. Non risulta alcun abuso, nessuna irregolarità amministrativa. La questione viene dunque spostata dal piano giuridico a quello dell’opportunità politica.

Ed è qui che nasce il problema.

Stato di diritto o opportunità politica?

Uno Stato di diritto non si fonda sull’opportunità percepita dall’esecutivo di turno.
La libertà di associazione è garantita dall’articolo 18 della Costituzione. La XII disposizione transitoria vieta la riorganizzazione del partito fascista, non la mera esistenza di soggetti politicamente controversi in assenza di pronunce giudiziarie.

Se non c’è violazione di legge, l’arma che resta è quella simbolica.
Ed è esattamente sul piano simbolico che sembra si voglia giocare questa partita.

Si parla di quartiere “assediato”, di tensione permanente, di provocazione continua. Ma il compito di un sindaco non è amplificare il conflitto. È governarlo. È raffreddarlo.

Ogni escalation retorica produce polarizzazione.
Ogni polarizzazione irrigidisce il tessuto cittadino.

La memoria non è una leva narrativa

Genova conosce bene cosa significhi diventare teatro di scontri ideologici.
La memoria della città è un patrimonio serio, non uno strumento retorico da richiamare ogni volta che serve rafforzare un posizionamento politico.

Il punto non è difendere CasaPound.
Il punto è difendere l’equilibrio istituzionale.

Quando si afferma che “siamo in un Paese democratico che permette loro di esistere”, ma nello stesso tempo si definisce la loro presenza “inaccettabile”, si crea una tensione che non è giuridica, bensì politica.

E allora la domanda diventa inevitabile: Genova sta venendo governata o sta venendo mobilitata?

Una città non può essere ridotta a terreno identitario

Genova è una città complessa. Ha criticità infrastrutturali, economiche, sociali.
Non può essere ridotta a terreno identitario permanente.

Un sindaco rappresenta tutti. Non una parte mobilitata contro un’altra.

La fermezza istituzionale non è urlare più forte. È governare senza trasformare ogni dossier in una bandiera.

Genova non è un palco elettorale.
Non è una leva per scalate personali.

È una città che chiede amministrazione, non agitazione.
Chiede responsabilità, non propaganda.